Nel caso in cui un debitore non adempia spontaneamente un’obbligazione di pagamento nei confronti del suo creditore, questi può ricorrere alla cosiddetta esecuzione forzata per recuperare il proprio credito. In via generale, l’esecuzione forzata può essere svolta in diverse forme.

Il creditore, per procedere in tal senso, deve tuttavia munirsi preventivamente di un cosiddetto titolo esecutivo. Si tratta di un documento o atto giudiziario che in quei casi previsti dalla legge gli consente di aggredire il patrimonio del debitore (art. 474 del Codice di Procedura Civile). Esempi di tali documenti possono essere la cambiale, il decreto ingiuntivo o una sentenza. Il debitore viene avvisato preventivamente da un atto di intimazione dell’esecuzione forzata e, nel caso di mancato pagamento, trascorsi dieci giorni dalla ricezione dell’atto, si può procedere nei suoi confronti nei seguenti modi:

  • Esecuzione mobiliare presso il debitore – questa è la forma di esecuzione mobiliare più semplice, che consente di pignorare direttamente i beni mobili del debitore.  Al pignoramento normalmente fa seguito la vendita forzata dei beni che, previa istanza del creditore, sono posti all’asta, in modo che dal ricavato possa essere soddisfatto il credito.
  • Esecuzione mobiliare presso terzi – è questa una forma di esecuzione mobiliare rappresentata dall’espropriazione presso terzi, che si può attuare in quei casi in cui il debitore sia a sua volta creditore di un terzo.
  • Esecuzione immobiliare – è la forma di esecuzione più articolata, destinata soprattutto a soddisfare crediti  elevati, ed è rappresentata dalla cosiddetta espropriazione immobiliare. In pratica il creditore può aggredire tramite pignoramento un bene immobile del debitore. In seguito l’immobile viene normalmente posto all’asta (in caso di asta deserta il prezzo preventivamente stimato da un perito scende per ogni successivo tentativo di 1/4).